E se vi chiedono della protesta...

Presidente Matarrese, lei ha ventilato l'ipotesi di tramutare le società calcistiche in S.p.a, con fini di lucro. Può esserci il rischio di nuove impennate del caro-prezzi negli stadi?
"La gente non deve credere che io voglia arricchire i presidenti. Nel calcio il ritorno continuerà a essere solo di immagine. L'utile, insomma, dovrà essere reinvestito immediatamente: i tifosi non accetterebbero mai un presidente che chiuda in attivo i bilanci ma faccia precipitare la squadra dalla A alla B. Il vantaggio della riforma è che chi gestisce deve darne conto agli azionisti e ai tifosi: è obbligato alla politica del buon padre di famiglia".

Correva l'anno 1988. Questa è la seconda domanda di un'intervista che feci in settembre per "Il Tempo" all'allora presidente della Figc. E che titolammo profeticamente "Duemila & Calcio". Alla vigilia, ora posso dirlo, di quella rivoluzione copernicana che sarebbe iniziata dopo i Mondiali di Italia '90, in particolare con il prepotente avvento della tv e dei relativi milionari diritti.

Qualche anno più tardi, esattamente il 15 dicembre 1995, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea diede un'altra spallata al calcio e più in generale allo sport di squadra con la celebre "sentenza Bosman", pronunciandosi per la non compatibilità con il diritto comunitario di due norme del mercato allora in vigore, ovvero l'obbligo di versare un'indennità di trasferimento del giocatore anche dopo la scadenza del contratto, e le restrizioni numeriche di giocatori comunitari schierabili. Nacque così il cosiddetto "parametro zero" e le società furono libere di ingaggiare tutti i giocatori comunitari che volevano. Sentenza di portata tale da far esclamare enfaticamente all'allora presidente dell'Uefa, il più longevo di sempre, lo svedese Lennart Johansson: "Oggi il calcio è morto".
Già, perché mai come in quella sfida legale, poi persa, all'Unione Europea, i vertici del Calcio continentale furono così uniti. E indovinate quale fu la tesi principale a sostegno della linea difensiva: "Lo sport ha un'unicità tale da far distinguere le società affiliate da tutte le altre. Le squadre, al di là di chi le gestisce, sono patrimonio dei propri tifosi, che ne portano avanti la bandiera e ne tramandano la Storia. Liberalizzare la circolazione degli stranieri significa quindi impoverire i vivai e le nazionali, facendo venir meno l'interesse e la passione di chi, col proprio entusiasmo e impegno economico, tiene in piedi l'intero movimento".

Fino a trent'anni fa, lo avrete quindi capito, si aveva chiaro il concetto che lo sport, pur andandosi trasformando  di fatto in spettacolo, non sarebbe sopravvissuto senza la passione e l'ampia sovvenzione dei tifosi: per i quali, in tutte le salse e a tutti i livelli, si chiedeva rispetto. 
Non c'è stato dirigente, anche se vincente, che non sia passato per contestazioni e critiche, ritenute perfettamente legittime, come i fischi alla Scala e le stroncature di spettacoli o film di basso profilo. Tutti questi dirigenti sapevano di dover rispondere del loro operato prima di tutto ai tifosi, i primi azionisti della fede calcistica.
Non so dire francamente se nella situazione attuale i vari Franchi, Carraro, Matarrese avrebbero quindi appoggiato Lotito nella sua guerra personale contro una tifoseria che ha ampiamente dimostrato di non poterne più. Magari agli ultimi due si potrebbe anche chiedere. Di certo oggi le società contano molto di più degli organismi eletti, c'è chi sta al vertice come un fantoccio svuotato. La SuperLega è perennemente qui tra noi come un convitato di pietra.

Ma con queste piccole reminiscenze storiche mi piacerebbe far ragionare quei pochi che pensano ancora, in buona fede, che siccome "Lotito mette i soldi", bisogna star zitti e abbozzare finché forse non deciderà di vendere. Magari tra vent'anni. E chissà che non ne venga uno peggiore...
Ci sono, gli ingenui ci sono, i creduloni, le anime semplici: anche nel 2026, anche sui Social, non solo nei bar di provincia. 
Per tutti gli altri che lo sostengono, dai giornalisti direttori sempre in carriera ai giovani genuflessi timorosi per la carriera; da chi opina davanti a un microfono calpestando insieme grammatica e buonsenso; da chi si autoproclama direttore, inviato, commentatore di una pagina web aperta con faccia tosta e qualche prebenda; dai clown e ballerine del circo anonimo dei profili fake, dai dipendenti agli stipendiati di qualsiasi tipo e a qualsivoglia titolo... per tutti questi dicevo, non c'è ragionamento che tenga. Ciascuno idolatrizza chi più gli assomiglia.

E allora, precisiamo. La contestazione, quando è civile e soprattutto paga un prezzo, sarà sempre un anelito consentito di libertà. Dire a Lotito - in faccia o per iscritto, in coro o singolarmente - "Libera la Lazio" non potrà mai essere oggetto di identificazione poliziesca. Casomai, se accade, di denuncia in senso opposto per abuso d'ufficio. Lo dice la legge, che distingue la critica dall'ingiuria e dalla diffamazione, difendendone il diritto. Lo dice la Storia dello sport cui ho appena accennato. Lo dice il contesto sociale nel quale questa annosa vicenda si sta dipanando.

Solo di una cosa vi prego, cari contestatori. Non dite: "Presidente, liberi la Lazio!". Dite: "Padrone, liberi la Lazio!". Perché è così che Lotito precisa di voler essere chiamato: padrone. Presidente è un'altra parola: presuppone l'elezione a una carica e una comunità intorno che la sostiene. 
Padrone è il termine giusto: ma non significa che noi, i tifosi, siamo servi. Non cascateci, i servi sono altri.
Casomai prigionieri. Di un calcio che aveva delle regole morali, molto prima che economiche, cui rispondere. Che oggi accetta supinamente, e nasconde ai più alti livelli, uno stadio vuoto. Nella Capitale d'Italia. E forse perfino se lo augura. 
Noi laziali non aspettiamoci solidarietà. Neanche dai vecchi romantici. C'è un'Italia intera che tifa per Lotito. Perché se tu inciampi vinco io. E se resti steso non vinci mai più.

 


Nelle foto: Olimpico vuoto (da fanpage) e l'intervista a Matarrese del 1988

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